Curiosità. “Gli orti urbani.”

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Sfruttare gli spazi interstiziali delle città o alcune porzioni di edifici, come appunto i balconi, le terrazze o le coperture piane, è un modo per ottimizzare lo spazio sempre più esiguo e consolidare la pratica dell’agricoltura urbana in maniera sostenibile…

Orti urbaniGli “orti urbani” sono una realtà ormai consolidata nel panorama nazionale. Un’indagine condotta da Coldiretti e Censis afferma che, soprattutto a causa della crisi economica, il 46 per cento degli italiani si dedica alla coltivazione di orti, giardini e terrazze, mentre la superficie coltivata all’interno o nelle immediate vicinanze delle città è triplicata tra il 2011 e il 2014.

Solitamente per orto urbano si intende un terreno che le amministrazioni comunali assegnano alla cittadinanza attraverso bandi pubblici, nell’ottica di un recupero degli ambiti urbani in disuso: un processo che valorizza il concetto di “bene comune” e persegue finalità sociali e di miglioramento del paesaggio cittadino, coniugando due aspetti strettamente legati fra loro: la produzione di beni alimentari e la risposta all’esigenza sempre più pressante di spazi verdi nelle nostre città.

Un altro fattore da non sottovalutare è il beneficio portato dalla filiera corta: i prodotti dei terreni coltivati sono trasportati e consumati nel raggio di pochi kilometri. Ma la parte più importante di questo processo non la fanno solo le amministrazioni comunali.

In Italia stiamo assistendo a un fenomeno sociale sempre più consistente, portato avanti da una costellazione di associazioni e gruppi informali, radicati nel territorio, che si pongono come promotori della valorizzazione di aree cittadine abbandonate.

Gli esempi sono molti: dall’associazione “Zappata Romana”, che a Roma porta avanti la mappatura degli orti e dei giardini condivisi, promuovendo le esperienze e le competenze in questo settore, a ai Giardinieri Sovversivi”,  che sempre nella Capitale stimolano azioni di guerrilla gardening intervenendo in luoghi in disuso e sostenendo buone pratiche di partecipazione dei cittadini.

Tornando all’ambito più propriamente pubblico, anche in questo caso le esperienze positive sorte su iniziativa delle amministrazioni comunali proliferano da nord a sud.
A Ostuni, in provincia di Brindisi, l’amministrazione comunale ha riqualificato una buona parte della cinta muraria della città vecchia con l’inserimento di orti urbani, che, oltre a portare i benefici descritti in precedenza, hanno permesso di riqualificare questo bene architettonico, valorizzandone la funzione turistica (nella foto a destra).
A Saronno, in provincia di Varese, all’interno della residenza per anziani nella seicentesca Villa Koelliker, confinante con una scuola, sono state destinate ampie porzioni di terreno alla coltivazione degli ortaggi e degli alberi da frutto, con l’intento di avvicinare anziani e studenti a questa pratica.

“Orti Dipinti”, a Firenze, è un orto sociale situato in pieno centro storico, che si pone l’obbiettivo di diventare “un luogo di apprendimento e insegnamento che parla di scelte alimentari sane, di ricerca e formazione, di professionalità e cultura: dove ci si concentra sulle persone e dove si scopre insieme il giardinaggio urbano biologico attraverso la sua applicazione nella vita quotidiana”.
L’ambizione è favorire le relazioni sociali legate al lavoro della terra, creando un vero e proprio laboratorio di idee.

Quale sarà il futuro degli orti urbani? Anche in questo caso le esperienze fuori dall’Italia ci possono indicare dei possibili indirizzi di sviluppo. All’estero la pratica dell’agricoltura urbana è un’attività sperimentata da diversi anni.
Negli Stati Uniti si sta consolidando la pratica dei cosiddetti “corporate gardens” (o orti aziendali), ospitati sulle terrazze o sui tetti degli uffici delle medie e grandi aziende e che vedono all’opera gli stessi impiegati che vi lavorano: un modo interessante di ottimizzare lo spazio e di abbattere le barriere gerarchiche, con benefici sul lavoro di gruppo nell’ambito professionale.
Il caso di Todmorden, una città inglese di 16 mila abitanti, è significativo (nella foto a destra).
Qualche anno fa la popolazione locale decise di tentare una strada comunitaria per combattere la crisi alimentare: l’iniziativa, chiamata “Incredible edible” (incredibilmente commestibile) e basata sulla condivisione pubblica, è stata quella di cominciare a coltivare ortaggi e frutta sfruttando ogni porzione di suolo pubblico a disposizione, dal fazzoletto di terra intorno a casa ai giardinetti comunali, alle aiuole, ai viali alberati.
“Tutti i cittadini sono invitati a coltivare la terra e tutti sono liberi di raccoglierne i frutti e il successo dell’iniziativa è stato tale che l’amministrazione locale ha messo a disposizione ogni più piccolo pezzetto di terreno, ponendosi, addirittura, l’obiettivo di diventare una città autosufficiente dal punto di vista alimentare entro il 2018”.
Ed è in base alle esperienze sopra descritte che emerge un aspetto fondamentale: data la loro posizione all’interno del tessuto cittadino, gli orti urbani sono per definizione luoghi destinati a esaurirsi per mancanza di spazio utile da coltivare. Riuscire a sfruttare gli spazi interstiziali delle città o alcune porzioni di edifici, come appunto i balconi, le terrazze o le coperture piane, è un modo per ottimizzare lo spazio sempre più esiguo e consolidare la pratica dell’agricoltura urbana in maniera sostenibile.
In questa direzione l’esempio del collettivo Orti Alti di Torino, che trasforma i tetti piani degli edifici in tetti verdi e coltivabili, è significativo. Come riportano sul loro sito web, “oltre il 20% delle superfici urbane sono tetti piani coperti di catrame, non utilizzati e scarsamente accessibili. Autorimesse e magazzini nei cortili, edilizia pubblica e residenziale, capannoni industriali e centri commerciali. Migliaia di tetti piani in centro e in periferia che possono essere riconvertiti in nuovi spazi di rigenerazione urbana, in luoghi di socialità collettiva, in aree di produzione alimentare”.
Questo può rappresentare sicuramente un indirizzo di sviluppo futuro per gli orti cittadini, oltrepassando il concetto di agricoltura urbana come moda ma favorendo il proliferare di questa attività nella direzione di una pratica sempre più consolidata.

About Massimo Montanari
Massimo Montanari, italiano, nato a Lussemburgo il 16 luglio 1961. Formatosi in Confcommercio col ruolo di Segretario delle Delegazioni di Sarsina e Mercato Saraceno, dal 2011 ha deciso di cambiare percorso lavorativo ed ha portato il suo bagaglio di esperienza nel Settore Sindacale dell'Associazione Cesenate. Attualmente si occupa di varie categorie Sindacali all'interno di Confcommercio e tra queste quella che ha avuto i maggiori risultati in termini di aumento di Associati è proprio la F.I.M.A.A. Cesena della quale è Segretario Provinciale. Buon Tennista, è anche grande appassionato di Basket ed è attivo nel mondo del Volontariato. “Malamente opera chi dimentica ciò che ha imparato". ”Tito Maccio Plauto"

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